giovedì, 17 aprile 2008
Scompensi chimici nel cervello. E' alla radice di tutto. Tuo fratello non può essere biasimato per i suoi scatti. E' malato.
Arthur. Arthur cerca di sopportare.
Il proiettile scava nell'occhio, scheggia l'orbita, quasi distrugge un timpano con la vibrazione dell'aria, poi esce di lato. Caino urla. Uno dei superstiti ha una pistola, lui si piega in avanti e lascia cadere i succhi gastrici, dal buco nel suo stomaco al ghiaccio, sfrigolano e bruciano, osceni, ma ora può bloccarne la produzione.
Un altro proiettile, a pochi centimetri dal volto.
Lei aveva lividi sul volto e sul collo. Sul seno. Arthur viveva da solo da qualche anno ormai, ma tornava a visitarla ogni tanto. Lei, e lui.
Lui non merita un nome. Lui e il suo nome, inghiottiti nel rumore del sangue e del cranio che si spaccava contro il muro. Arthur. Arthur. Arthur. E' lei che urla. Lei non te lo perdonerà mai.
Così fiera di lui. Arrivato fino alla laurea, nonostante tutto. Uno studente brillante, una promessa del suo campo. Un tecnico. E tutti i tecnici sono un pò strani, leggermente inumani. Lui andava solo un pò oltre la media, ma lei lo amava lo stesso. Lei li amava entrambi.
A ogni visita altri lividi.
Ti avrebbe uccisa, idiota.
Prima o poi ti avrebbe uccisa.
Le medicine non servivano, la tua pietà non serviva.
La pietà è la negazione della vita.
L'ultimo dei pistoleri ha ancora tre proiettili nell'arma. Il vento e la neve lo hanno fatto sbagliare una volta, ma non è uno stupido. Il loro bersaglio è lontano, è debole. Probabilmente fatica perfino a muoversi. Basterebbe lasciarlo al vento. Basterebbe quello a ucciderlo. Ma se avesse ancora munizioni? Arthur, o Caino. Assassini nati.
Decide di essere misericordioso,e prudente. Solleva la pistola, prende bene la mira.
Non sarebbe mai dovuto uscire dal grembo, Lidia.
Non saremmo mai dovuti uscire dal grembo.
Caino aveva cominciato a urlare, di rabbia e disperazione sentendo che troppo di Arthur gli era finito dentro, e ora era impossibile farlo uscire. Una parte di Caino imprecava contro il segno sulla sua fronte, contro la cicatrice lasciata dal proiettile, che partiva dalla fronte e attraversava la rovina fumante che era stato il suo occhio. Imprecava contro il destino di vivere, contro l'umanità che aveva ereditato per errore dal suo ospite morto.
Dieci metri fra lui e il tiratore. Gli altri due stavano per scappare, per tornare alla base, per riferire. Caino e Arthur scattano in avanti, la voce del chip e quella dell'uomo nello stesso urlo. Dieci metri. Il primo proiettile manca la testa, il secondo, bloccato dalla pelliccia e dai pettorali. Cinque metri.
La sua testa, infranta contro il muro, spinta e sbattuta fino a quando le ossa non avevano ceduto e gli occhi erano stati macellati dalle orbite. Le urla di dolore, di paura, il piagnucolare morente.
L'ultimo proiettile porta via un pezzetto di collo, il sangue rosso schizza sulla neve. Contatto.
Una donna urla. Lidia. Nostra madre.
Sotto le urla di lei, Arthur e Caino non sentono il grido dell'ultimo tiratore, la trachea che si spezza sotto le dita o l'osso che si frantuma
I due sopravvissuti stanno scappando. Lui, loro si accasciano per terra accanto all'ultimo dei cadaveri, frugano nella pelliccia. Medicine. Droghe. Cibo. Altri minuti di vita. Forse altre ore. Poi trova quello che stava cercando - il comunicatore satellitare, il modem. Dai ricordi di Arthur, conosce le orbite e i tempi dei satelliti. Col cielo relativamente limpido, una tramissione può arrivare a toccarli.
Caino ed Arthur si trascinano al riparo, e aspettano. Il vento dovrà cedere presto, e così la neve. Poi toccherà a loro.
mercoledì, 12 marzo 2008
"Ci sono altri come te Urano?"
"Io sono tutto". La voce arrivava a Leah attraverso gli altoparlanti della stanza ricoperto di cielo. Le nuvole fuori si muovevano veloci, mosse dal vento, e la stanza le rifletteva. L'effetto le dava alla testa ma lei non si lasciava smuovere. Restava in piedi di fronte allo schermo/specchio, e guardava la macchina negli occhi simulati.
"Non c'è niente di simile a te nel tuo programma?"
"No". Allungava le dita verso il monitor, cercava ancora di toccarla da dentro la sua realtà definita, virtuale. Lei sorrideva a quella vista.
"Mi vuoi?"
"Sì". I segni dell'eccitazione sulle labbra, negli occhi, sui genitali, così umani.
"Perchè, macchina? Capisci davvero cosa è la libido? E' stato David a scriverla per te? Ti ha passato le sue inclinazioni?"
"David è solo umano. Io ti voglio come ti può volere un dio."
"David è il tuo creatore. E' lui ad averti reso quello che sei. E la libido è una caratteristica pateticamente umana."
Urano era rimasto silenzioso, tranquillo, col suo sorriso eterno. "Il mondo nasce dal mio desiderio e dal grembo della Terra. Anche David ne fa' parte."
"Sei davvero convinto di essere il dio della Grecia? Il titano? Nessuno crede in te oggi. Sei una favola, una leggenda, una barzelletta. Urano evirato, il grande padre messo in fuga dal suo cucciolo". Ma si era avvicinata e aveva aperto la camicetta. Lo sguardo restava freddo, le labbra tese, permetteva ad Urano di guardarla, di indovinare qualcosa delle forme, ma era lei ad esaminare lui.
E Leah rimase sorpresa nello scoprire che lui se ne rendeva perfettamente conto. Non faceva niente per nascondere l'eccitazione, il desiderio, e neanche la curiosità. La guardava, ma andava oltre la pelle o la carne, e lei sentì un brivido. C'era qualcosa di molto diverso da David, in questa creatura di bit e silicio.
In teoria, non era impossibile. Le intelligenze virtuali spesso andavano oltre i programmi più rigidi sviluppando "tratti accessori" non previsti. In pratica, quando la risposta di lui arrivò, Leah stava trattenendo il fiato, e non se ne era resa conto.
"Non ho ancora figli Leah. Vuoi essere tu a darmene uno?"
Lei, lesbica da sempre e creatrice di Teti, della madre quasi perfetta, si era presa due minuti di silenzio per rispondergli.
"Sì. Penso proprio che lo farò". E aveva mimato un bacio contro la superficie lucida e fredda dello schermo al plasma.
mercoledì, 12 marzo 2008
David aveva perso i contatti con la squadra di pronto intervento. Il polo sud non era un territorio facile da gestire, il vento e la neve rendevano praticamente inutili i suoi satelliti. La squadra che aveva mandato per sistemare l'operatore non dava segnali da troppe ore. Avrebbero dovuto essere di ritorno a uno dei due rifugi.
Gli dispiaceva per Arthur. Aveva lavorato sul modello Caino che gli era stato installato, e in un certo senso lo sentiva quasi come un figlio. Più limitato, più umano, perfino più feroce di Urano, così splendidamente fragile. E il ricevente si era adattato alla perfezione.
David non avrebbe perso il sonno per la morte di un assassino, comunque. Era stato reso necessario dalle circostanze, dagli eventi. I due satelliti dovevano essere distrutti prima che qualcuno si accorgesse delle modifiche nelle intelligenze artificiali, del fattore di degenerazione che aveva programmato accuratamente, ma che non era accuratamente prevedibile.
Scarlet e Blue si erano mossi troppo in fretta, e aveva dovuto sopprimerli prima che i loro segnali anomali venissero captati da qualcun altro.
Il suo hacking reggeva. Nessuno sembrava esserti accorto di niente, ma non poteva durare all'infinito. Gli errori su Urano, la fretta di satelliti, sembravano messaggi inviati dal destino. Motivi per fare in fretta.
E avrebbe avuto bisogno di tutto il tempo che poteva procurarsi. Dove cazzo era finita la sua squadra?
Michelle entrò in cucina sorridendo, lui si alzò dalla sedia per abbracciarla e si mosse per preparare la colazione, spostando il portatile. I diagrammi tecnici erano troppo complessi, anche per una bambina sveglia come sua figlia. Somigliava molto alla madre, ma le capacità logiche e matematiche erano quelle di lui. Un giorno forse avrebbe seguito la sua stessa strada. David non era sicuro di volerlo.
Cucinare per sua figlia lo faceva sentire bene. Era un gesto semplice, istintivo, la garanzia della salute dei propri piccoli, la continuità genetica. Le implicazioni del suo lavoro in un certo senso smentivano quei momenti di tranquillità - David lavorava sulla divinità e sull'immortalità, e nel suo amore per sua figlia non era difficile scorgere la paura del tempo. Quasi come se il suo lavoro non potesse avere successo, quando invece c'era vicino, vicino come nessun altro nella storia del mondo. Avrebbe dovuto essere elettrizzato, lasciarsi indietro i legami effimeri della carne, ma non poteva.
Forse siamo tutti dei programmi. Forse non siamo molto diversi da Urano.
Aveva servito latte e cereali alla piccola e adorabile despota della sua casa, aggiunto i biscotti e digitato un secondo codice sul portatile, ribadendo la condanna a morte di Arthur.
domenica, 09 marzo 2008
Arthur era morto appena il proiettile gli aveva trapassato il cuore. Il secondo, quello alla spalla, non lo aveva neanche sentito. I fucili di precisione avevano fatto il loro lavoro. Era caduto sulla faccia senza neanche il tempo di urlare. I suoi assassini si erano avvicinati con calma, una squadra di sei persone che avanzava cauta sul ghiaccio, in mezzo alla neve e al vento. Non era arrivato neanche vicino alla fenditura, non li aveva visti nè sentiti prima che fosse troppo tardi.
Alla morte di Arthur, Caino si era mosso ad occupare gli spazi lasciati vuoti dalla personalità. Aveva sviluppato se stesso sulla base dei ricordi morenti del suo ospite, aumentato le proprie conoscenze nella decina di minuti che gli assalitori avevano impiegato a raggiungere il corpo. La versione di Caino installata nel suo cranio era stata minimale. Potente, ma limitata, per permettere all'uomo una autonomia di pensiero propria, una minore psicosi. Quando dell'uomo era rimasto poco, il chip Ka aveva divorato il resto. E reclamato come propri i chip Soma, il sistema endocrino, le cellule schiave che sarebbero vissute ancora per giorni dopo la morte dell'uomo, divorandosi nel tentativo di andare avanti.
Quando il primo tiratore rovesciò il corpo con un calcio, il cervello era morto da dieci minuti. Caino era appena nato, il principio di identità gli brillava negli occhi, spalancati, nella smorfia di dolore.
Lui aveva ululato, l'assassino si era ritratto di scatto portando la mano al fucile, ma Caino gli aveva già preso la caviglia, facendolo scivolare sul ghiaccio. Il fucile era volato via.
Il resto della squadra si muoveva a rallentatore nel mondo velocizzato del chip, nell'overdose di adrenalina che minacciava di schiantare il cuore perforato. Piastrine e grassi per richiudere il buco, un tappo denso di sangue raggrumato dove c'era stata la carne, ormone della crescita in quantità industriali, folli, per rigenerare il muscolo, ma anche così ci sarebbero volute delle ore.
Lui ci avrebbe messo di meno.
Lo scatto di un animale per portarsi sopra l'uomo atterrato. Indice e medio nelle orbite e poi ficcate a forza in profondità, facendo sgorgare il sangue e l'umor vitreo, riducendo la pupilla a una poltiglia densa, il killer di professione che urlava come un bambino e sollevava il volto nel tentativo vano di difendersi, lasciava nuda la gola, i denti di Caino che si chiudevano per la prima volta su qualcosa, il primo atto di nutrirsi mentre tirava, e strappava, trachea e pomo d'adamo rimossi un attimo dopo gli occhi e un getto di sangue che gli bagnava la bocca e il volto e gli abiti pesanti.
Era al mondo da dieci minuti. Erano passati cinque secondi dal suo primo movimento. Assaporava la sua prima poppata.
A sei secondi il terzo proiettile gli si schiantò nel petto, senza andare a fondo, bloccato dalla pelliccia e da una costola. La sentiva scheggiata, pregustava l'infezione, ma senza Arthur di mezzo poteva sopportare temperature più elevate. Il cervello non aveva più importanza. Il tiratore, a dieci metri da lui - Caino aveva afferrato il fucile del morto, aveva fatto fuoco a casaccio, ucciso qualcuno, dietro l'uomo col fucile, ma non era servito. Il quarto proiettile, nello stomaco; i succhi gastrici gli avrebbero corroso le budella, lentamente. Troppi danni, troppo poco tempo per trovare una soluzione, e il chip Ka senti la disperazione per la prima volta nel corso della propria esistenza.
Il concetto di mortalità si affacciava sull'orizzonte virtuale.
"NO." La sua prima parola, soffocata dallo scoppio dell'ultimo proiettile del fucile e dal rumore di un cranio perforato. Il secondo tiratore era a terra. Tre superstiti. Una donna stava urlando, Caino aveva sete, aveva abbassato la bocca a bere i getti si sangue caldo dalla gola del morto. Non c'è nessuna donna fra di loro. Sono tre uomini, caucasici, mi guardano, hanno paura. Non c'è nessuna donna fra di loro. Chi sta urlando? Non sono armati? Chi sta urlando?
No. Uno di loro ha una pistola.
Arthur. Chi è questa donna? Puoi ancora rispondermi? Di chi è il sangue che bevo?
Un attimo prima che potesse impedirlo, gli ultimi ricordi di Arthur entrarono nel chip che era Caino. Seppe tutto mentre il quinto proiettile gli scavava nell'occhio.
domenica, 24 febbraio 2008
Leah si era laureata con una tesi sulle macchine tripartite. Il titolo era "Riproducibilità dell'istinto materno", e il suo lavoro era stato finanziato dalla destra religiosa dal primo giorno. I suoi patroni avevano creduto in lei, pur guardando con sospetto a questa donna single senza neanche un fidanzato. Lei faceva sfoggio di devozione per deviare i sospetti, e non sospettarono la sua omosessualità fino alla fine.
Nelle speranze dei suoi finanziatori, la macchina tripartita che andava sviluppando avrebbe risolto molti dei problemi delle madri moderne - il chip Ka doveva contenere tutti i dati di un istinto materno perfetto, i chip Soma impedire la depressione post parto, garantire una produzione costante e duratura di latte nonostante questo e permettere alle nuove madri di funzionare anche dormendo solo un paio d'ore per notte. Soprattutto, il chip Ka avrebbe dovuto domare gli istinti ludici delle tante troiette che non sapevano tenere chiuse le gambe, trasformandole in mogli obbedienti, in madri esemplari, in compagne docili dalla libido azzerata. Non c'erano dubbi che questo fosse il volere di Dio, dagli scritti di Paolo, dalla prima lettera di San Pietro e prima ancora dal Deuteronomio.
Due mesi dopo la consegna della tesi, un mese dopo la laurea di Leah, al momento delle prime installazioni su volontarie, i suoi mecenati si resero conto di averlo preso in culo.
Per il suo lavoro, Leah aveva registrato i tracciati mentali e le produzioni ormonali di molte "madri ideali", scegliendo di proposito quelle che si avvicinavano all'archetipo a cui voleva risalire - Teti, moglie di Peleo e madre semidivina di Achille, che aveva cercato di renderlo immortale immergendolo nello Stige. Una splendida idea, a sentire i vecchi estimatori della sua ricerca, un esempio di maternità di altri tempi. Lei aveva evitato di ricordar loro che Teti si era giaciuta malvolentieri con Peleo, che il suo istinto materno andava oltre gli ordini del marito, che si era sempre sentita, giustamente, superiore a lui.
Studiando le volontarie che avrebbero offerto i loro tracciati cerebrali in cambio di un compenso in denaro, Leah cercava la figura mitologica nella carne, e fu sorpresa e compiaciuta dai risultati. Un pezzo per volta, una donna dopo l'altra, la sua maternità feroce veniva alla luce sulla matrice cerebrale di Teti. Le prime installazioni furono un successo in termini di istinto materno e di predisposizione al ruolo, ma non fecero molto per rendere felici mariti, preti e finanziatori.
A Leah non servivano più comunque. Terminati gli studi formali, aveva usato la sua Teti come credenziale per fare domanda presso diversi centri di ricerca bio-comportamentale, e aveva aspettato che si liberasse un posto alla corte di David, alla corte di Urano.
Si rendeva conto che la sua Teti era appena un prototipo. Ancora troppo umana, ancora troppo limitata, e inadatta all'effetto a cui lei mirava. La chiave per sviluppare Teti era in Urano, l'esperimento meglio riuscito di psiche non umana riprodotta su macchine tripartite.
Teti dipendeva troppo dai suoi figli. Il rovescio dell'istinto materno, la codipendenza, le impediva di sviluppare a pieno il potenziale dell'ospite. Le risposte endocrine erano condizionate ai bisogni del bambino - senza quel motore, la semidivinità tornava bruscamente umana. E questo a Leah non andava.
Cercava la soluzione al problema nella documentazione di Urano. Il corpo virtuale e il sistema endocrino riprodotto non erano particolarmente interessanti, soltanto modelli standard. Lo sviluppo temporale della psiche era un altro paio di maniche.
I concetti di base, gli assiomi dati per veri dell'intelligenza artificiale, erano appena una manciata. Non comprendevano neanche il principio di identità ("Io sono"), o quello di differenza ("Io non sono"); all'inizio erano solo sensazioni fisiche, e solo sul lato destro (positivo, piacere, desiderio, appagamento) dell'asse delle ordinate, che rappresentava il tempo. Si spingevano verso l'alto, verso il primo secolo di vita virtuale, e poi verso il secondo, e solo allora comparivano concetti più complessi. "Io sono" compariva dopo i primi trecento anni di vita virtuale, e solo a quel punto Urano cessava di essere un animale, ma non era ancora un uomo, nè un dio. Era, al massimo, una forza della natura, e fatica a distinguere se stesso dal contesto. Il principio di identità era ancora tenue.
A mille anni dalla nascita virtuale, il principio di identità e di diversità erano presenti e raffinati, e un nuovo concetto si trovava legato a tutte le ramificazioni della psiche, posteriore rispetto agli assiomi, ma più importante, centrale. "Io sono eterno". La mente di Urano non poteva prescindere da quel concetto, che legava tutti gli altri attorno a un nucleo comune, una presa di coscienza avvenuta dopo un millennio di vita in un universo simulato dove tutto il resto moriva.
Ma Leah non poteva usarlo per la sua Teti. Una psiche femminile, tanto più una materna, non prescinde dal concetto di ciclo. Le serviva una variante di quel concetto per instillare una convinzione profonda e indipendente nella mente della sua intelligenza artificiale. Qualcosa di meno egoistico, di più femminile, della completa autarchia del Cielo, qualcosa di meno divino, perchè Teti non apparteneva davvero alla schiera delle divinità, nè avrebbe potuto.
Perchè una divinità dovrebbe figliare? Se non teme la morte, se è sicura della propria eternità. I figli sono il tentativo biologico di sfuggire all'entropia. Perchè le divinità greche si riproducono, perchè perfino Urano, il più antico dei Titani, generò dozzine di divinità contorte? Al punto da esserne poi detronizzato?
E' un limite nella comprensione dei vecchi poeti, la mancanza di una preparazione scientifica, o c'è qualcosa che ci sfugge?
Cosa offre il futuro a chi dispone già dell'eternità?
Teneva il dito su "Io sono eterno". Guadava la ramificazione dei concetti a partire da quell'osceno bubbone centrale, come un albero sbilanciato a destra, radicato all'asse delle ordinate, del tempo, ma costretto a piegarsi e a raggrupparsi attorno a quel singolo concetto.
Le scappò un sorriso. Poi una risata mentre affondava l'unghia rossa sulla carta morbida e segnava il punto preciso della presa di coscienza, per poi scorrere fino alla libido della macchina in un arco breve e profondo.
David. David, sei un idiota. E' sempre stato qui e non l'hai mai visto.
Conosceva la direzione da percorrere. Le sarebbe servita una cavia.
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Ad Arthur bastava un singolo strato di pelliccia. Sarebbe stato Caino a tenere alta la temperatura del suo corpo, bruciando le riserve di grasso e perfino i muscoli se necessario. E lui doveva viaggiare leggero.
Chi aveva distrutto i satelliti e isolato la sua postazione poteva guadagnarci solo tempo e anonimato. Il tempo di fare qualcosa, non sapeva esattamente cosa, alle latitudini controllate da quei tre satelliti. Il petrolio dell'Asia? Un attacco militare su vasta scala a territori post-sovietici? I soggetti in grado di organizzare un'azione di hacking di quel tipo ai danni dei satelliti e del sistema di controllo si contavano sulla punta delle dita. Gli americani (forse uno scherzetto della Cia), i russi, ma non gli sarebbe convenuto, i cinesi e forse, forse, Israele e Giappone.
L'hacking doveva essere arrivato da uno degli altri satelliti. Fosse arrivato da terra, avrebbe significato una infiltrazione all'interno di un centro militare di massima sicurezza. Alcuni dei satelliti erano stati programmati da privati "di fiducia" dello zio Sam. Quanto meritassero quella particolare fiducia, a questo punto, era tutto da vedere.
Ma se si sono presi il disturbo di manomettere il sistema di controllo non vorranno che qualcuno riferisca il bug tanto presto. Caino glielo confermava con ondate di eccitazione lungo la sua spina dorsale. Manderanno qualcuno a finire il lavoro. Se mi tolgono di mezzo, o mi sostituiscono, potrebbero capitalizzare il loro vantaggio.
Vediamo di non crepare prima di scoprire cosa vogliono.
Aveva imbracciato il fucile ed era uscito dal rifugio, lungo l'unica rotta verso il rifugio principale che fosse ancora agibile. Le altre prevedevano di scalare irregolarità di ghiaccio e neve, un'impresa non banale nelle migliori delle condizioni, un suicidio in queste. L'alternativa ragionevole era la strada pianeggiante che passava in mezzo a due montagne di ghiaccio. Se si fossero serviti di un veicolo sarebbero stati più al sicuro, ma anche più facili da individuare.
Potevano avere già occupato il rifugio principale e forzato i sistemi di sicurezza. O potevano sapere esattamente dov'era e venire per lui prima che per i computer, coprirsi le spalle, a patto che ritenessero di averne davvero bisogno. Dovevano essere un gruppo, per quanto piccolo. Almeno un tecnico informatico per terminare l'opera di hacking, un impersonatore per prendere la sua parte, due o tre guide per affrontare il ghiaccio, e poi un numero variabile di assassini. Sei o sette persone, sicuramente armate. Almeno tre professionisti.
Arthur aveva già ucciso in passato. Era stato quello a portarlo da Caino, e alla vita sul ghiaccio, alla sua maledizione personale. Ci pensava lungo la rotta per la fenditura, mentre meditava sui dettagli del suo piano. Aveva già ucciso, ma non era un professionista. E non era particolarmente bravo col fucile. C'erano ottime probabilità che lo ammazzassero (una parte di lui godeva al pensiero, un'altra avrebbe fatto di tutto per impedirlo), ma non aveva neanche molto da perdere. Sarebbe stata questione di giorni, al massimo, e lo avrebbero preso di assedio nel rifugio secondario. Sempre che non si apprestassero già a farlo.
La neve e il vento erano suoi alleati. Li avrebbero rallentati, e non potevano conoscere la zona, non davvero. Lui sì; la conosceva intimamente, perchè vagare era forse l'unica consolazione di Caino, e la sua. Poteva muoversi leggero, e non sentiva il freddo, o correre rischi che per altri sarebbero state un suicidio.
Avrebbe impiegato un'ora a raggiungere a piedi il rifugio principale, viaggiando veloce. Se avessero usato dei veicoli da ghiaccio, l'avrebbero sorpreso prima, all'aperto e senza difese. Sarebbe finita molto in fretta.
Poteva solo sperare che fossero ancora lontani, e che venissero per lui prima. Per qualche ragione non riusciva a smettere di sorridere.
mercoledì, 13 febbraio 2008
"L'istinto di autodistruzione. Thanatos. Oggi crediamo che sia codificato su tutti e tre i livelli."
David e il nuovo ricercatore, una ragazza brillante appena uscita da bioinformatica. Le stava facendo fare il giro dei laboratori di ricerca, e aveva evitato di menzionare la fine dell'uomo che andava a sostituire. L'avrebbe saputo a breve comunque, da colleghi troppo disinvolti.
Bene. Che lo sappia. Che conosca i rischi...
Erano arrivati alla stanza di Urano. La ragazza aveva trattenuto il fiato, ma lo facevano tutti all'inizio. E le donne di solito si fermavano ad ammirare il corpo nudo del dio digitale, una volta caricato. Lei no.
"Dottoressa, possiamo darci del tu? Mi chiami David."
"Leah."
"L'istinto di autodistruzione. Lo abbiamo trovato sui tre livelli. Al livello corporeo delle cellule governate, nel Soma..."
"Entropia, errori di duplicazione cellulare, emergere di mutazioni, cancri". La voce di lei non aveva neanche un tremito, non un'incertezza.
David aveva annuito. "Al livello della struttura endocrina. L'invecchiamento delle ghiandole, sembra programmato. E poi a livello Ka."
Lei si era fermata un attimo a riflettere. "Le menti virtuali finiscono per desiderare la morte?"
"Quasi tutte Leah". Si era morso il labbro, per un attimo, ricordando. "Questo finisce per limitare il loro impatto terapeutico e la loro capacità di dominare i chip Soma. In questo centro partiamo proprio da questo presupposto - una mente umana, o la simulazione di una mente umana, non può gestire l'immortalità."
Leah aveva appoggiato le dita al volto di Urano, allo schermo dove si trovavano le sue labbra. Non c'era desiderio nè ammirazione. Guardava il miraggio bidimensionale come avrebbe guardato una rana vivisezionata. Urano aveva le casse spente, ma sembrava divertito, perfino preso, da questa novità. Scandiva le parole in silenzio dall'interno del monitor - "Salve Leah".
"Perchè Urano?"
"Non era il prototipo iniziale Leah. Ho sempre amato la mitologia greca, ma ad Urano sono arrivato per gradi. Il prototipo era una divinità femminile di genere universale, ma la personalità ricostruita non riusciva a rinunciare al concetto di ciclo. Di inizio, svolgimento, termine. Non funzionava, finiva per diventare autodistruttiva".
"... mentre Urano è uno stronzo, un padre crudele, un amante insaziabile, un essere completamente assorbito entro se stesso come un uomo non potrebbe essere mai, per malato o deviato che sia. La forza primigenia di stampo maschile, feconda ma egoista. E oltre l'autodistruzione."
David era impressionato. "Sì. Urano può morire solo per errori di programmazione, mancanza di risorse organiche, traumi estesi, malattie genetiche dell'ospite o cancri di impatto estremo. Le sue ghiandole non invecchiano. Il chip Ka le sfrutta in maniera perfetta. Non sappiamo di preciso come, e non crediamo sia scindibile dalla personalità di base"
E Urano viene installato solo in parte, di solito. Ma questo non lo disse. C'era tempo per spiegare tutto a Leah, bisognava prima conoscersi meglio. Vedere fino a che punto poteva fidarsi.
"Ho letto che è anche oltre il dolore."
"Sì. Una benedizione per i pazienti oncologici terminali."
Leah aveva sorriso. "Lo vedremo"
Alla morte di Sarah, David si era maledetto a lungo. Non aveva trascurato il lavoro nè sua figlia, nè aveva perso un colpo. In effetti, fu quello a dare a Urano il suo nome. Il prototipo femminile non aveva salvato Sarah. Urano forse avrebbe potuto.
I primi modelli, scritti che lei era sepolta da poco, erano mostruosi. Forze della natura incapaci di parlare e di esprimersi, corpi che conoscevano solo il piacere e la battaglia, animali più che divinità o uomini, eppure controllavano alla perfezione il sistema endocrino. Urano era nato immortale, ed aveva preso a somigliare agli esseri umani solo col tempo.
Avessi avuto la possibilità di installare il primo Urano su mia moglie, lo avrei fatto? Cosa sarebbe diventata? Sarebbe stata ancora lei, per marginale che fosse l'installazione?
Quelle domande lo facevano sentire in colpa, perchè non era sicuro di volere conoscere le risposte. Il prototipo femminile di matrice mentale divina non sembrava avere cambiato Sarah, non fino alla fine, ma era stato un abbozzo disperato scritto in poche settimane.
Quando Urano ebbe una coscienza lui prese a torturarlo. Doveva testare la sua vera resistenza al dolore, il limite del controllo dei chip Soma, il limite della matrice della personalità, ma c'erano altre ragioni. Il suo figlio virtuale era arrivato troppo tardi per salvare sua moglie, e la rabbia, irrazionale, aveva bisogno di una valvola di sfogo. Urano, immortale e irreale, non Michelle. Viveva il suo sadismo dove non creava danni, sfogava la sua rabbia dove poteva. Urano era impermeabile al dolore, e non conosceva sentimenti, per quanto lui dicesse il contrario.
"David?"
"Sì. Scusami. Ero distratto."
Urano li guardava, tranquillo, da dietro il monitor.
"Posso vedere i sorgenti David? La matrice emotiva, quella razionale, i collegamenti sensoriali, lo schema del cervello artificiale..."
"Sì. Sì certo. Sono tutti sulla LAN aziendale. Vieni, ti porto al tuo ufficio."
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Il freddo e la solitudine erano componenti costanti del lavoro. La stazione di controllo astronomico era troppo delicata per lasciarla interamente in mano alle macchine, ai robot umanoidi e ai sensori, ma c'erano poche persone qualificate disposte a passare dieci anni di solitudine quasi completa ai margini del mondo, sulle distese di ghiaccio ai bordi del polo sud. Ancora di meno erano disposte a farlo contro il parere dei servizi segreti.
Il contatto umano poteva ridursi a due settimane ogni anno, appena il necessario per le provviste, e alle immagini distanti di una webcam. Forse gli sarebbero anche bastate, se avesse avuto degli amici nel mondo esterno, ma non non ne aveva per la singolare combinazione di una laurea, di una condanna a morte del governo americano e dell'impianto forzato di un circuito Ka.
Per il mondo era morto. Avevano celebrato il suo funerale, sua madre rifiutava di pronunciare il suo nome e i suoi amici di un tempo non si erano presentati alle esequie. Il giorno dell'impianto del Ka aveva trovato il coraggio di chiedere quale programma, quale personalità, avrebbe convissuto con lui per il resto dei suoi giorni. Si aspettava un sistema di controllo non diverso da quello dei satelliti spia e trasmettitori di cui si occupava nella sua solitudine polare, ma lo sorpresero.
Il dottore che lo aveva preparato psicologicamente all'intervento gli aveva spiegato che la principale causa di morte per gli addetti delle cosiddette missioni critiche era il suicidio. Che quasi tutti, posti di fronte alle condizioni inumane di lavoro, preferivano farla finita. Lo studio dei sopravvissuti aveva evidenziato non amore nè dedizione, ma rabbia. Per paradossale che fosse, erano le personalità psicotiche a resistere meglio ai rigori del clima e del tempo.
Il tuo Ka si chiama Caino, Arthur. Era la voce del dottore, ripetuta infinite volte durante gli anni di prigionia, di anonimato, di non esistenza. Una delle ultime voci sentite senza l'ausilio di supporti informatici. I nostri psicologi ritengono che tu sia perfettamente compatibile, e questo ti salverà la vita. E ti assicuro che sarà molto lunga.
Avevano avuto ragione. L'impianto era stato così appropriato che quasi non si era accorto della differenza. L'odio per se stesso, le tendenze fratricide, le pulsioni antisociali, tutti amici di vecchia data. A sorprenderlo era stata solo l'intensità di quei sentimenti, la forza con cui gli cantavano dentro, lo schifo per il mondo che rifletteva quello dentro di lui. I primi mesi di isolamento nella stazione di rilevamento erano stati quasi un sollievo, riusciva a sentirsi libero.
Il suo Ka era un nomade, e bruciava di una febbre perenne. Il sistema endocrino produceva una temperatura corporea costante di 39 gradi, appena al di sotto della soglia che avrebbe provocato danni al cervello.
Lo proteggeva durante le sortite attraverso il ghiaccio, lungo le rotte chilometriche che lo portavano da un insediamento all'altro per controllare le singole apparecchiature di raccolta dei segnali. Soprattutto, proteggeva la sua mente. Il "Caino" artificiale era stato cresciuto in un mondo virtuale di viaggi e solitudine, adattato alle temperature più estreme e agli stati socialmente più disastrati. Il chip Ka aveva la memoria di un essere bandito da un primitivo paradiso terrestre e costretto a vagare.
Allo stesso tempo, gli risultava impossibile uccidersi, o anche semplicemente lasciarsi morire. Il "segno" di Dio sulla sua fronte non glielo permetteva. La febbre restava sempre sotto controllo, i cancri stentavano ad attecchire, la pelle si usurava e tirava sulle ossa, ma muscoli, scheletro e organi interni restavano quelli di un uomo di vent'anni. Arthur ne aveva ormai quaranta.
Quel giorno sorvegliava i satelliti militari dell'area asiatica. In teoria, non dovevano esistere. In pratica, Cina, Russia e USA intimavano al mondo di non accorgersene. In caso di bisogno avrebbero guidato i mig americani su diversi stati di seconda categoria. Era una occupazione ripetitiva; si trattava di studiare e catalogare le orbite dei vari satelliti da punti di osservazione diversi e di verificare la correttezza delle traiettorie. Una avaria o una collisione avrebbero potuto spingere il satellite fuor di sesto. In quel caso dovevano essere i datori di lavoro di Arthur a recuperare i cocci. Non gli amici cinesi, non quelli russi, ma solo gli americani, e di sicuro nessuno del blocco islamico.
C'erano chip di sesta generazione su quei satelliti. Intelligenze artificiali.
Per otto anni non c'era stato niente. Le cose cambiarono quando Scarlet IV si accese come una cometa poco sopra il punto di osservazione di Arthur. Prese fuoco e cadde. Secondo i sistemi informatizzati, non si era mosso dalla sua orbita. Blue V fece la stessa fine pochi secondi dopo. Blue VII lo seguì dopo circa un minuto. I computer di Arthur non registravano nessun cambiamento, proiettavano ancora le immagini dei satelliti.
E lo stesso sarebbe successo a Washington. Non c'erano osservatori umani in postazione, oltre i circoli artici.
Attivò il canale di comunicazione criptato senza muovere gli occhi dal telescopio. Inviò la richiesta e le parole d'ordine con codice di emergenza rosso. Il suo chip Ka era eccitato, lo sentiva muoversi dentro il suo cranio con la smania di vagare, di muoversi verso i satelliti caduti, di recuperare in prima persona i resti. Non potevano essere più lontani di un paio di giorni di cammino, gli diceva il chip. La curiosità era la sua unica forma di sollievo.
Ma due giorni avrebbero ucciso perfino lui, sul ghiaccio. E non era quella la procedura.
Il codice di emergenza rosso garantiva risposta entro trentacinque minuti. Arthur aspettò un'ora. Ripetè la richiesta. Alla fine del giorno non aveva ancora staccato gli occhi dal telescopio. Nessuno gli aveva risposto.
Le immagini fantasma di Scarlet IV gli tenevano compagnia sugli schermi del rifugio più esterno.
A mezzanotte capì che non poteva essere stato un caso. E che era isolato.
lunedì, 11 febbraio 2008
Urano occupava il salone principale del terzo piano del centro di ricerca. La sua memoria era divisa in hard disk da 500 GB ciascuno, incassati nei muri della stanza e mimetizzati dal disegno, cangiante, di nuvole, sole e stelle. I muri della stanza riflettevano il cielo fuori e nascondevano i fili ethernet che scorrevano al loro interno, e poi nel pavimento, fino all'unità di elaborazione che stava nel centro del salone. Grossa quanto un divano, lucida e nera come il finto specchio di dimensioni umane posto sopra di essa, richiamava l'attenzione dei rari visitatori e dei tecnici.
David non ci faceva più caso da un pezzo. Aveva lavorato con Urano, su di Urano, per quasi dodici anni, senza mai saltare una mattina. Era suo figlio, per quanto quella constatazione non lo riempisse completamente di gioia. Gli algoritmi di base non erano i suoi, la divisione tripartita dei sistemi neanche, ma era stato lui a scegliere i parametri. I risultati non si erano fatti attendere.
Entrò nella stanza senza fare caso alle nuvole più scure, agitate da un vento inesistente, che si proiettavano sulle pareti. Si sedette sulla poltrona accanto all'unità centrale e attese che si accendesse l'icona rossa alla base.
Il corpo virtuale è stato caricato, i processori simulano un individuo semplificato di alcuni miliardi di milioni di cellule, l'errore statistico è circa il 10% rispetto a un essere umano reale. Le parole dei manuali, incise a fuoco nella mente di David.
Il secondo segno rosso si accese pochi secondi dopo, il sistema endocrino, l'interfaccia per la mente che si sarebbe accesa nel giro di un paio di minuti al massimo, finito il processo di boot. Per Urano, il processo era il risveglio dal sonno della notte, ma Urano non viveva il sonno come gli uomini. Non faceva quasi niente alla maniera umana, ed era quello a renderlo utile.
Il finto specchio lucido proiettò un'immagine dopo circa tre minuti. Un tempo di boot soddisfacente, specie considerando il lag degli hard disk. Urano era nudo e splendido alla maniera di un animale, e dallo specchio fissava David, un uomo di quarant'anni, con la superiorità del corpo di un eterno adolescente e la saggezza di un dio o di un demone. La mente virtuale viveva il tempo accellerato; i dodici anni di David erano stati mille e duecento per la macchina.
"David. Come stai?". Voce di sintesi, arrivava dalle casse impiantate ai quattri angoli della stanza. Sembrava che fosse il cielo a parlare. In un certo senso lo era.
"Sto bene". Ma non rivolse la stessa domanda alla macchina, in parte perchè poteva controllare ogni byte del cervello simulato da tastiera, in parte perchè, per definizione, Urano non conosceva il dolore. O la paura.
"Devo fare dei testi. Sei pronto?"
"Sì". Un sorriso paterno. Ma non mi inganni Urano. E neanche vuoi farlo davvero. Non ti importa nulla di me, neanche che io lo sappia.
Il ricercatore allungo la mano e impostò sull'unità centrale la sequenza di stimoli da inviare al corpo virtuale e al sistema endocrino. Chemioterapia e radiazioni. Alla fine del programma, una asportazione meccanica - un chirurgo che taglia via una recidiva. Per David, cinque minuti. Per Urano molto di più.
David premette invio. Il corpo del piccolo dio virtuale cominciò a perdere i capelli, la pelle prese a infiammarsi, il sangue sgorgò al momento dell'operazione chirurgica. Non c'era nessuna anestesia nel programma endocrino.
Urano rimase a guardarlo, col suo sorriso paterno sulle labbra. Le onde cerebrali non evidenziavano dolore. Il sistema endocrino era completamente dominato dalla matrice della personalità, e stava producendo varianti personalizzate delle endorfine, dell'adrenalina, del coraggio.
No, non è davvero coraggio. Non conosce il coraggio, non ne ha bisogno. Semplicemente non può provare paura. Non conosce l'autoconservazione, la da' per scontata. David si morse le labbra per non bestemmiare. Odiava Urano. Lo odiava a ogni dolore del suo corpo che invecchiava, a ogni amico di carne e ossa che perdeva per colpa del tempo.
Il trattamento finì. La pelle del corpo virtuale si rimarginò sulla ferita, i capelli ripresero a crescere, la matrice cerebrale forzava una seconda adolescenza sul corpo, con l'ormone della crescita che convertiva le scorte di grasso in nuovi muscoli per rimpiazzare quelli bruciati e i globuli bianchi che divoravano i tumori residui.
"Sei soddisfatto David?"
L'altro smise di mordersi le labbra di colpo. Si guardò attorno e vide il temporale che impazzava sulle nuvole della stanza, sentì il rumore del vento reale che sbatteva le gocce pesanti contro le pareti dell'edificio. Fuori. Quando era con Urano, non pensava ad altro. Sua figlia sarebbe uscita da scuola fra poco.
"Vai. Non farla aspettare."
"Ti importa di Michelle?"
"Mi importa di tutti voi. Siete i miei figli, no?"
"No."
"Sì. Tu dici di avermi creato, ma io sono tanto più vecchio di te David."
"Tu deliri."
"Lei esce prima oggi. Non c'è religione. Vai, David."
Aveva lasciato Urano acceso andandosene dai laboratori.
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Guidava sotto la pioggia. Fra sè e sè, ripeteva i passaggi chiave della teoria tripartita. Il corpo, il sistema endocrino, il cervello. Una reazione inversa di schiavitù reciproca, con un sistema di retroazione che andava da un lato all'altro della catena. Il corpo che influenza il cervello, il cervello che schiavizza il corpo. Gli ormoni e i neurotrasmettitori, le catene della realtà, il legame fra oggetto e soggetto.
All'inizio avevano pensato di agire direttamente sulla chimica, sull'anello intermedio, ma non aveva funzionato altrettanto bene. L'endorfina faceva miracoli, l'ormone della crescita anche, ma non erano di aiuto nei casi patologici. Nelle turbe psichiche che coinvolgevano mente e corpo, nei trattamenti dei tumori. I risultati degli yogi indiani e della meditazione buddhista sembravano ancora lontani.
Poi provarono ad agire su due anelli della catena. I chip Soma, di produzione indiana, collegati via radio per controllare ippotalamo, genitali, tiroide, pituitaria. Il chip Ka, collegato direttamente alla neocortex. L'area anarchica del cervello, quella più svincolata dal corpo. L'essenza dei sogni.
I Soma erano poco più che motori. Potenti, ma ciechi e stupidi. Il chip Ka era un parassita. Una personalità virtuale che si andava integrando con quella dell'ospite, una necessità per controllare i Soma, parte integrante del processo di gestione del corpo da parte della mente. Alcune menti semplicemente non potevano controllare il proprio corpo, non erano abbastanza forti.
Bisognava saldare un Dio all'interno del loro cervello. Una personalità in grado di controllare il corpo oltre i limiti istintivi, nichilistici, della mente.
Arrivato davanti a scuola, strinse a sè Michelle sotto l'ombrello. Fece attenzione che lei non si bagnasse. A dieci anni prometteva di essere la fotocopia della sua defunta madre, se non forse per gli occhi più scuri, presi da lui. David aveva amato sua moglie, e l'aveva protetta al meglio delle sue forze. L'ironia degli sviluppi successivi gli strappava risatine amare. In mancanza di lei, viveva per sua figlia, e per il suo lavoro.
"Come è andata oggi piccola?"
"Bene David". Per qualche ragione, non lo chiamava papà. Sei per caso figlia del postino? Chiamami papà ogni tanto. Ma lei era irremovibile.
"Andiamo a casa?"
"Voglio un panino."
Lui aveva sospirato. "Fast food, quindi?"
Un cenno di assenso e un abbraccio insincero da mocciosa.
"Mi farai ingrassare piccolina."
"Tu sei sempre bello David."
A metà del pranzo, lui fu costretto a riportarla a casa di corsa e a ritornare ai laboratori.
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Il suo staff aveva installato la nuova versione di Urano, la compilazione della notte prima, nel ex-ciclista superstar ora terminale dell'area oncologica. Il cancro aveva dato metastasi ai polmoni e al cuore, aveva ricoperto le pareti dello stomaco e deformato le dita. L'uomo aveva trent'anni, ma ne dimostrava il doppio fino alla sera prima.
All'arrivo di David uno dei suoi assistenti era riverso per terra con la gola sfondata e segni di morsi sulle spalle e sul collo. Due uomini della sicurezza avevano fatto circa la stessa fine, pochi metri più indietro, all'interno della stanza rinforzata. Il ciclista si era strappato di dosso il camice, e il suo corpo nudo era forte e massiccio, la pelle perfetta, i capelli di nuovo folti. Era in erezione, eccitato dalla violenza e dalla vitalità del suo parassita, eccitato come Urano su Gea, come il primo dei titani, una forza della natura, la metà destra del cielo.
L'ormone della crescita aveva metabolizzato il sangue e i tessuti dei morti meglio di quanto non avesse fatto con le flebo.
Branco di imbecilli. Non è la prima volta che succede. Perchè dovevate installare l'ultima versione, senza i safety check, senza i vincoli software e hardware. Senza le microbombe corticali. Senza le catene.
Ma non sarebbe uscito dalla stanza rinforzata. Almeno quello. L'idiota che aveva installato il programma per salvargli la vita, le due guardie che avevano cercato di salvarlo. Tutto sommato, un prezzo ragionevole.
"Signor White?"
"No". La voce arrivava chiara dagli altoparlanti della stanza rinforzata. Umana, per una volta.
"Urano?"
"Sì."
Poteva accadere, nel caso di una mente troppo debole o chimicamente sbilanciata. Poteva succedere che il parassita prendesse il controllo completo dell'ospite.
"Mi spiace per il signor White."
"No, non ti dispiace. Non sei in grado di empatizzare. Non conosci il dolore."
"Conosco l'amore. Sono il vostro creatore, ricordi?"
"Dovresti dirlo a quei tre poveracci."
"L'uomo è cibo per dio, David."
"Tu sei solo un farmaco."
"Io sono la cura per tutto."
"No. Non in questa versione. Ho rilevato un'anomalia nella tua gestione del cuore. Troppa adrenalina. Stai per andare in arresto. E non te ne sei neanche accorto. Morirai senza sentirlo."
"Io sono eterno. Io sono il Cielo"
David era rimasto in silenzio a guardarlo per dieci minuti, fino a quando i sensori non avevano rilevato la morte biologica, e il suo corpo non si era spento. Non aveva mai smesso di sorridere.
Cancellate l'ultima versione di Urano. Tornate alla 2.1. Retrocedete di 150 anni. Sbarazzatevi del corpo e non fatevi vedere dagli altri pazienti.
Niente installazioni senza la mia supervisione.
Si era richiuso la porta alle spalle e aveva tranquillizzato gli altri ricchi degenti. L'area oncologica, il 20% dei suoi profitti, un tassello chiave nel suo progetto. Comunque solo un tassello. Come Urano. Le ruote non avevano mai smesso di girare, per dodici anni.
Vedrò la fine. Vedrò l'inizio.
Presto.
lunedì, 22 ottobre 2007
Una mano legata al timone.
Il sole batte a picco di giorno, le notti sono fredde. Non ricordo l'ultima volta che ho visto la terra ferma. Non riesco a slegare la mano. La pioggia mi ripulisce dal sudore e dalla sporcizia, mi da' da bere. Sono giorni che non mangio.
La mano legata al timone. Perchè?
Di notte i fantasmi vengono a trovarmi quando dormo con la faccia appoggiata al legno. Mia moglie l'avevo lasciata a casa, due anni e mezzo fa. Mio figlio nato morto, lo porta in braccio. Mi tocca con le dita fredde e mi sussurra nomi nelle orecchie. Avremmo potuto chiamarlo John. No amore mio, no moglie mia, John è sempre stato il mio nome, e tu non sei morta davvero. Non di parto. Due anni e mezzo che non ti vedo. Non è vero che sei morta.
Dove ho cercato di staccare la mano la pelle è lacera, ha sanguinato e si è richiusa prendendo pezzi di corda nella cicatrice. Sento l'infezione che monta. Moglie mia che sussurra nomi nelle notti troppo brevi, solo un delirio della febbre.
Le stelle che ho seguito sono cadute verso terra, in cielo solo ombre. Avevo un equipaggio una volta, avevano un sogno simile al mio o almeno un borsellino da riempire. Il carico di schiavi, gettato in mare alla vista della Marina, i loro occhi spaventati, i miei uomini che spingono il primo, incatenato, oltre il parapetto.
Mio padre morto in mare. Le sue dita sono bagnate, gli occhi divorati dai pesci, la faccia poco più che un teschio, ma la notte è pietosa e la nasconde. Abbiamo avuto poco tempo da vivi, ma da morto è pieno di saggezza. Non vale la pena di morire per il guadagno della Corona, figliolo. Non vale la pena di vivere in questo modo. Io ho un sogno padre, lo capisci anche tu, lo avevi anche tu. Ma la morte estingue tutti i sogni, presto anche i miei deliri, ma mio padre mi manca. Ascolto le sue storie, le cazzate da marinaio, i consigli che non ha mai potuto darmi. Li avessi ricevuti prima magari le cose sarebbero cambiate.
Da quanti giorni, legato al timone? Quanto è alta la febbre?
Il sole è alto quando arriva la bambina. E' piccola e scura, non potrà avere più di otto o nove anni. Troppo piccola per darsi la pena di legarla. Nascosta nella stiva. Avrà finito le provviste ormai, la paura la spinge fino a me.
Non parla inglese, ma mi conosce. Sta a distanza di sicurezza, fuori dalla mia portata. Un coltello piccolina. Taglia le corde, tagliami la gola se non vuoi liberarmi. Non l'inglese di Sua Maestà Maledetta e dei Suoi Traffici Sanguinari, ma almeno i segni della mano libera. Almeno guardami negli occhi mocciosa dannata.
Somiglio ai tuoi adesso, vero? Un animale in gabbia. Ma lei non sorride, non piange, non urla. Ha gli occhi morti come quelli di mio padre, come quelli di mio figlio. Piccolina, cosa ti hanno fatto? Cosa ti abbiamo fatto?
Mi sveglio di notte, solo, la febbre altissima, il braccio legato pulsa e ho paura della cancrena. Due giorni che non piove, con un pò di fortuna sarà la sete, con appena un pò di fortuna. Non ho più la forza di girare il timone, non ho più la forza di cercare terra. Solo ombre nel cielo. Non c'è mia moglie, non c'è mio padre, non vengono per me stanotte. Arriva l'ultima dei vivi su un mondo morto, con una borraccia. Del pane.
Indica una direzione. Le parlo ma non risponde.
Lei non ha la forza di tenere il timone. Lei vede le stelle. I miei occhi sono rovinati dal sole ma lei riconosce le stelle e per la prima volta in giorni giro il timone. Piango sul legno e faccio in modo di svenire appoggiato sulla direzione giusta.
Mi sveglio la notte dopo e ricordo il capovillaggio che me l'ha venduta. La chiamava Pianta. Sordomuta. Ora sta lontana da me e guarda dal parapetto che c'è terra all'orizzonte. La vedo anche io mentre il braccio pulsa più forte. Non mi ha liberato, non mi ha portato un coltello, solo altro pane, altra acqua. E' equo.
Indica una direzione leggermente diversa, io eseguo. Riesco a stare sveglio solo per poche ore di fila, ma tengo la rotta. Nel sonno, nei sogni, ricordo il mio migliore amico, morto di morbillo che era già adulto; delirava, inveiva contro tutto e tutti. Come un fratello per me, più di un fratello. Morto fra le mie braccia, nonostante la paura.
Dovevo morire lì con te.
Mi sveglio la sera del terzo giorno, più uno scheletro che un uomo, col conforto dell'acqua e del pane, con la febbre che sta per spaccare il midollo delle mie ossa, le labbra che tirano contro i denti. Sto per morire, Pianta. Hai fatto un bel tentativo ma non ti riporterò a casa.
Poi mi accorgo che non ci stiamo avvicinando a terra. Siamo fermi in mezzo agli scogli, le vele flosce, il vento morto. Pianta è accanto a me e sta tagliando le corde con un coltello da cucina. La lama incide la carne quasi nera ma non la sento neanche. Il mio braccio è libero, io cado in ginocchio e la guardo con gratitudine.
Mi alzo, e non so dove trovo la forza, ma ho voglia di morire in mare. Mi trascino fino al parapetto, lei mi guarda. Non ha paura, gli occhi sono morti come al solito, e i morti sono andati oltre il timore... o no?
Guardo dal parapetto. Una caduta sugli scogli, il cranio che si rompe, una morte veloce. Moglie mia, sei morta davvero? Ho un figlio? Avrei voluto saperlo. Guardo dal parapetto.
I corpi dei miei uomini, spezzati sugli scogli, divorati dai gabbiani. Come?
La prima nota del canto mi colpisce alle spalle, mi fa quasi perdere l'equilibrio; l'attimo dopo c'è più gioia di quanta ne possa contenere. E' troppo bello, le mie orecchie non lo sopportano, il mio cuore è troppo piccolo. E' la voce di mia moglie, di mio figlio, di mio padre, del mio amico, è la voce che la piccola Pianta avrebbe avuto in un mondo migliore. La voce dei miei uomini, la voce degli schiavi morti, affogati sul fondale, quattro carichi, quattrocento vite. Non hanno paura ora, il loro canto è splendido.
E ora ricordo. Alzo gli occhi, vedo attraverso le bruciature del sole i volti bellissimi nel cielo quasi buio, le ali piumate, vedo le labbra muoversi e intonare i versi.
Sono stato io a legarmi al timone. Quando ho sentito il canto. Quando i miei uomini hanno risposto. Ho legato io la mia mano al timone.
Piccola Pianta, ti prego, posso morire ora?
E' accanto a me. Mi spinge il coltello attraverso la carne, stacca la mano marcia, spinge la lama, rovente, contro la ferita, le mie urla sono più forti del canto, il vento ricomincia a soffiare, c'è terra all'orizzonte, la vedo arrivare troppo forte, le voci di quelli che amo sono dietro di me ma non posso restare.
Ti prego uccidimi, ferma la nave, ferma il coltello, non voglio andare avanti, il mio posto è dietro di noi. Ma gli occhi morti di Pianta non si staccano dai miei. Pianta non parla e non sente ma sento i suoi occhi, sopra il canto delle sirene. Il canto delle responsabilità, del sangue che ho versato, delle scelte sbagliate. Tu vivrai.
Svengo per il dolore. Nel buio privo di sogni, mi aspetta il timone.
sabato, 22 settembre 2007
Guardatelo. E' reale solo se lo guardate, è il demone sul palco, che prende in mano il microfono e intona la prima nota. Guardatelo mentre attacca la prima strofa. La sua storia è reale quanto lui.
Da qualche parte sotto la neve. I carri armati stanno avanzando sul territorio russo, e dentro c'è un soldato tedesco con la pelle troppo scura per i sogni che si porta nella testa. Socialismo nazionale, socialismo fatto bene, non come questi subumani che sto attaccando, un popolo rinnegato dalla storia, rinnegato dal destino. Stiamo facendo loro un favore. Siamo la civiltà, siamo il futuro.
Il carro armato si ferma in mezzo alla neve. Qualcosa si rompe, è ancora lontano da Stalingrado, fuori il freddo è folle. Neanche un superuomo sopravviverebbe, le scorte gli basteranno per almeno un paio di giorni, il soldato decide di aspettare, il cantante sul palco modula la voce nel soffio del vento, la batteria è la neve che colpisce il carro come fosse fatta di proiettili.
Comincia l'attesa, calano le luci, il pubblico ascolta e l'uomo col microfono fa qualche passo avanti per fissare ognuno negli occhi. La neve e il vento, e per un minuto anche la folla sente il freddo.
Al terzo giorno il soldato esce dal carro. Il sole pallido fa quasi sciogliere il ghiaccio. Quasi. Quelli che sono morti alle sue spalle, i nemici e gli amici, erano solo perdenti, lui è forte e si è meritato di fissare di nuovo il sole. Solo i forti hanno il diritto di vivere, e queste terre desolate ne sono la prova. Solo i forti, ma i russi vivono qui da secoli, da millenni. Come? Perchè? Queste terre metterebbero alla prova un prussiano.
Secondo le mappe Stalingrado dista almeno quaranta km. La sua gente la sta prendendo di assedio, ormai saranno dentro il perimetro. Lui non osa sperare di trovare delle retrovie, un bivacco, un fuoco.
Meglio il freddo che la fame. Meglio col fucile in mano che in trappola come un topo. Moglie mia...
Muoio per una guerra giusta.
E il sussurro nel microfono arriva fino al fondo della sala.
E' la direzione della storia no?
Il cantante sorride, e se prima c'erano dubbi ora non ce ne sono, è un demone, e la storia che racconta, la pazzia di cui parla, lo diverte soltanto.
Quasi morto per il freddo. Il sole è calato da un pezzo, la notte affonda dita di ghiaccio fino alle ossa, non sente più le dita dei piedi. Non spera neanche di arrivare fino a Stalingrado. Il fucile è caduto all'inizio della notte, se va avanti è solo per orgoglio cieco, testardo. Lo troveranno ghiacciato a quindici km, a dieci, a cinque, vedranno cosa può fare un soldato del più grande esercito che abbia mai marciato sulla terra. Lo riporteranno in patria con tutti gli onori, costruiranno un impero sul suo corpo ghiacciato.
Per mia moglie, per mia figlia, per una guerra giusta.
Il cantante ha i capelli lunghi, biondi al punto da sembrare bianchi sotto la luce. Alle sue spalle le chitarre suonano le prime note di un requiem, la batteria è un cuore che rallenta, fra poco si fermerà. Ogni battito è un flash alle spalle del cantante. Il requiem si ferma all'improvviso, le batterie riprendono con violenza e la musica diventa una ninna nanna di metallo.
Il pazzo coraggioso si sveglia in una culla. E' grande quanto una bara, è morbida e calda, e dai suoi bordi l'uomo può vedere i cadaveri appesi al soffito della casupola, russi e tedeschi, identici e nudi, colare sangue sul pavimento e sul suo corpo, come porci squartati.
Questo è l'inferno.
Questo è l'inferno! E' un ruggito per la platea, il cantante non sussurra più. Guardate quest'uomo, in fasce come un lattante, sporgersi dai bordi di questa culla immensa, cadere di faccia, spaccarsi un dente, alzarsi a gattoni e fissare il mattatoio attorno, la donna slava, obesa, gobba e gigantesca di fianco al pentolone, coi capelli radi e bianchi e l'espressione fredda come il vento fuori. Lei si gira e gli parla e sorride materna.
Torna a dormire, piccolo. Torna a dormire. Sei mio figlio adesso. Sei della razza eletta, più in alto nella catena alimentare. Hai meritato di vivere. Sei come me adesso.
L'uomo vomita gattoni e guarda il proprio corpo nel grande specchio appeso alla parete, i capelli bianchi, il ventre gonfio, la bocca sporca di sangue e bile. I capelli bianchi
Sei come me adesso. E l'uomo vorrebbe uscire e morire in mezzo alla neve, non essere mai nato, essere morto sotto il fuoco dei fucili, non avere mai visto le Aquile, il Reich. E' questo il futuro?
Voi tutti, come me, adesso. Il cantante si piega in avanti, è un uomo alto e anche da gobbo una figura imponente. Sussurra nel microfono, la musica è solo di accompagnamento ora
Di cosa si nutrono i sogni degli orchi?
Della carne e dei sogni degli uomini.
Questo disse, a mio nonno,
Baba Yaga.
E lui l'ha detto a me.
Mikhail si avvicina al bordo del palco, la batteria è il suono dei proiettili.
"Trovarono mio nonno a dieci km da Stalingrado. Il freddo gli aveva divorato le gambe e le dita di una mano. I suoi capelli erano diventati bianchi come la neve in cui era sepolto. Sopravvisse, e vide finire la guerra da una stanza di ospedale, in Russia. Due volte cercò di togliersi la vita.
A chi glielo chiedeva, raccontava di Baba Yaga.
Trovarono i carri della sua unità, ma non gli uomini. Persi fra le neve. Reclamati dal ghiaccio. Dai sogni degli orchi.
Voi tutti.
Come me, adesso.
Orchi addormentati."
Il megaschermo alle sue spalle si illumina col mappamondo delle guerre, fiori di fuoco che lambiscono mari, montagne e fiumi e crescono splendidi con l'aumentare delle vittime.
Con tutte e due le mani sul microfono, come a pregare, pronuncia l'ultima strofa.
"Svegliarsi,
prima che il sogno,
uccida i sognatori."
martedì, 14 agosto 2007
Diventato vecchio, combatteva con una specie di disperazione sul volto. Apparteneva ai berserker, ai guerrieri-bestia, e aveva le cicatrici che lo dimostravano. Da ragazzo prima e poi da adulto si era lanciato in battaglia con una gioia feroce che non lasciava spazio ai dubbi. Era forte e non sembrava avere paura della morte, ma non era insolito per quelli come lui.
I suoi compagni morivano. Uno per volta, due o tre per battaglia, venti in un anno, e lui respirava le loro ceneri mentre si alzavano verso il cielo, dalle pire.
Alcuni impazzivano per le erbe, per le rune, per i canti di battaglia, e si gettavano contro la loro stessa gente, non facevano più distinzione fra amici e nemici. Ne aveva uccisi diversi, ed erano stati i suoi avversari migliori, i più degni, aveva accolto le loro cicatrici come un sacramento.
Lui non moriva. Veniva ferito, si rialzava, continuava a combattere. Le ferite infette gli avevano provocato spesso la febbre alta, le ossa rotte facevano male al cambiar del tempo, uno degli occhi vedeva sfocato a causa di un taglio superficiale ricevuto per i suoi quarant'anni, ma niente di tutto questo bastava. La sua barba e i suoi capelli erano diventati bianchi prima, poi radi. Avrebbe potuto smettere di combattere, dedicarsi ai suoi figli, a sua moglie, ma non voleva. Avrebbe potuto chiedere di guidare la tribù, ma non avrebbe saputo come. Sapeva fare una cosa sola.
Odino.
Odino non ho meritato il Valhalla?
Perchè questo? Quanto ancora per compiacerti?
Ma le risposte non arrivavano. Anche quando eccedeva con le erbe e con le rune, e gli sciamani lo guidavano attraverso le visioni, non c'erano mai risposte. C'era il Grande Padre, appeso ai rami di un albero immenso (Quello è Yggdrasil, guerriero, è l'albero del mondo), perdeva sangue da un fianco, dove si era conficcata una lancia (Odino, sacrificato a Odino, e le rune andranno fino a lui, saliranno fino a lui da terra, e la corda si spezzerà). Il Grande Padre cantava ma lui non riusciva a distinguere le parole. Ci sono le mie risposte, pensava il vecchio guerriero, le mie risposte sono in quel canto e io in riesco a sentirle!
Continuava a combattere. Era gennaio, e accettò di guidare una spedizione verso il mare, attraverso la foresta più antica, infestata dagli spiriti e dai figli dei giganti. Un viaggio rischioso, molta gloria, molta... illuminazione.
A metà del viaggio non avevano visto giganti, troll o nani, e lui cominciò a sputare sangue sul suo giaciglio, badando a non farsi vedere. Sua moglie era morta in quel modo, quindi conosceva bene il decorso della malattia. Avrebbe avuto un paio di mesi, e loro sarebbero arrivati a destinazione nel giro di una settimana, per commerciare coi paesi della costa.
Abbandonò la spedizione che gli altri dormivano. Lasciò indietro i fuochi portandosi dietro solo le pellicce più leggere, come quando era diventato un berserker, e la sua spada. Era la terza spada della sua vita, un oggetto rozzo di ferro nero battuto, senza rune, senza dediche, pesante e affilato.
Lasciò indietro gli altri e si spinse verso il cuore della foresta, dove gli alberi erano abbastanza fitti da coprire la luce del sole e la neve sembrava ancora più gelida. Aveva visto morire dei cani nel corso della sua vita; si accucciavano contro un tronco e abbaiavano fino alla morte se disturbati. Quello che andava bene per loro sarebbe andato bene anche per lui. Aveva le erbe degli sciamani, le droghe che inducevano le visione, e un pò di cibo. Sarebbe stato il freddo a ucciderlo, ne era sicuro, prima della malattia, prima della fame.
Sempre a patto di non trovare altro.
La prima notte da solo la foresta gli sembrò morta. Nel freddo mortale si costrinse ad accendere un fuoco, e si appoggiò con la schiena a un albero, come si era ripromesso di fare. Gli serviva acqua calda per le erbe, comunque, e aveva voglia di sentire ancora il sapore della carne e della birra.
Si addormentò prima di preparare la droga, stordito. Durante la notte il fuoco si spense e lui vide l'uomo appeso all'albero, il sangue che colava sulle radici di Yggdrasil, e le parole della canzone sembravano più vicine. Si spinse con la testa sotto il ramo, sentì il sangue gocciolare sui suoi capelli e si rese conto che era più lento del solito. Stai morendo dissanguato. Te ne resta poco.
Quando alzò la bocca e ricevette le gocce direttamente sulla lingua il sogno si interruppe. Al risveglio la mano sinistra era gelata, le dita bluastre, quasi nere. Trovò la forza per una risata, e per sputare altro sangue.
Il giorno passò fra la veglia e gli svenimenti. Aveva avvolto la mano nelle pellicce e riacceso il fuoco, ma sapeva benissimo cosa stava succedendo. Nei momenti di lucidità urlava o ululava al cielo nero, agli stralci visibili attraverso gli alberi.
Non erano questi i patti!
Tu mi avevi promesso una morte gloriosa!
Ho servito! Ti ho servito. Ho versato il sangue dei tuoi nemici, ho versato il sangue dei miei amici. Sono arrivati da te sulla cenere e ora combatteranno per sempre, ma io?
Perchè.
Perchè devo morire così.
La sera della seconda notte il fuoco resisteva. Lasciò perdere la carne e la birra, e mise insieme le erbe per le visioni. Ingoiò la brodaglia calda e amara, sbattè di proposito la testa contro il tronco e in un attimo fu lì, davanti al Grande Padre, alle radici dell'Albero del Mondo.
Odino non sanguinava più. Non cantava più. Il dio che aveva servito per tutta la sua vita era morto e non c'erano rune a risalire dal terreno, non c'erano canti di saggezza in cambio del suo sacrificio. Attorno a Yggdrasil il silenzio si stendeva per miglia, la terra era ricoperta dalla neve, non un albero, non un coniglio, non un uccello. Il mondo era un sudario bianco attorno al tronco marrone e alle foglie verdi del frassino.
Il vecchio guerriero si mosse sotto il cadavere appeso al ramo. Vide la pozza di sangue secco sulle radici. Buttò all'indietro la testa e cominciò a cantare, la stessa nenia che aveva sentito nelle visioni, e questa volta sentiva le parole. Venivano dalla gola e bruciavano uscendo. Nel sogno, nella visione, la sua mano sinistra funzionava perfettamente e la aveva alzata verso il cielo, nella posizione di chi prega, e si vedeva, dagli occhi morti del dio, una creatura piccola e insignificante, lontana e inchiodata alla terra, una voce gracchiante, pelle ruvida e consumata, un vecchio, ma aveva continuato a cantare. Aveva continuato a fino a quando Odino non aveva ripreso a sanguinare, e poi a tossire, e non si era unito a lui nel canto.
La visione terminò in quel momento, il guerriero si svegliò per vedere l'orso, immenso, che si parava davanti a lui. Un vecchio maschio, grande per qualunque standard razziale, col pelo consumato e penosamente magro. Forse non sarebbe sopravvissuto al letargo.
Il guerriero si alzò e impugnò la spada con la destra. Non sentiva la sinistra, non sentiva il braccio sinistro, blu e nero fino al gomito. Le gambe funzionavano, le erbe tenevano a bada il dolore.
Grazie.
Oh grazie.
L'orso caricò a testa bassa, con le zampe pronte a straziare, ad avvolgersi attorno al corpo della preda, ad aprirlo da dietro mentre le zanne dilaniavano la gola o il petto. Il vecchio si mosse di lato, leggero, col volto contorto da quella specie di gioia che non sentiva da decenni. Piantò la spada nel fianco dell'orso, a fondo, con tutta la forza del braccio, delle gambe, dei fianchi, ma non bastò. Le mascelle della bestia si chiusero sul braccio sinistro, alzato a difesa del volto, strapparono via la carne congelata dall'osso e il vecchio urlò, di rabbia e follia quanto di dolore.
Tirò fuori la spada, spinse con quello che restava del braccio sinistro contro la testa enorme dell'orso, l'osso dell'avambraccio bloccò le mandibole. Per pochi secondi, ma bastarono. Il secondo colpo di spada, verticale, aprì la gola dell'orso, gli perforò il cervello attraverso il palato morbido, e tranciò il braccio del vecchio all'altezza del gomito.
L'animale cadde, il vecchio di fianco a lui, ridendo.
Grazie! Mi ascolti? O non ci sei mai stato?
Siamo sempre stati noi. Soltanto noi.
Odino! Mi ascolti?
Non c'è mai stato niente vero?
Tutto quello che ho fatto è stato solo per me.
Quelli che ho ucciso.
Quelli che ho amato.
Mia moglie. I miei figli.
La mia vita. La mia morte
Tutto mio. Tutto soltanto mio.
Perdonami per prima. Proprio non avrei potuto, chiedere di più.